Compiti scolastici, la lettera del genitore disobbediente: pillole e altre distrazioni di massa

Questa Lettera l’avete vista in tanti, se non l’avete vista eccola qua e l’articolo di cui si parla di questo papà che ha giustificato l’inadempienza dei compiti estivi del figlio la trovate qui.

 

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Non mi interessa partecipare al social liking o hating di questo padre.

Trovo utile però che si torni a parlare di compiti, perchè parlare di compiti significa parlare di scuola, parlare di scuola significa parlare di educazione.

E così, permettetemi, per educazione non lincerò il papà in questione né la scuola.

Ma ci sono delle cose importanti che non si possono tralasciare:

Siamo il paese europeo con una maggior quota di compiti pro-allievo.

SI parla di una media di 4h giornaliere (leggere qui).

Se si paragonano ai risultati PISA delle nostre prestazioni (che stanno di anno in anno peggiorando) qualcuno tira addirittura le conclusioni che ci sia una relazione tra i troppi compiti e i risultati scarsi degli allievi italiani.

Per affermare questo occorrerebbe un’analisi complessa che tenga conto di un sistema con diverse variabili (organizzazione scolastica, didattica, status socioeconomico allievi….) che non abbiamo.

Ma visto che abbiamo la certezza che superata la fascia di 4h a settimana di extra lavoro a casa le performance non migliorano praticamente più qualcuno mi deve spiegare perchè ci sono così tanti compiti.

Per  quale obiettivo formativo sono utili?

E’ inutile fare una guerra pro-contro i compiti se non inserendoli in un metodo di insegnamento, di trasmissione del sapere.

Di sicuro i compiti non possono risolvere quello che non si risolve in classe.

E chiaramente ci viene il dubbio che i compiti a casa spesso non siano strumenti per rafforzare e consolidare gli apprendimenti. Soprattutto quando sono uguali per tutti.

L’egualitarismo i buoni insegnanti sanno che non è un principio pedagogico valido quando sono in una classe che non contempla minimamente la possibilità di dire: “questi due sono uguali”.

C’è poi un’altra tremenda ambiguità sui compiti a casa: il ruolo dei genitori.

Non trovi nessuno che non abbia imparato a memoria la “pillola ” di saggezza educativa per cui i genitori non devono sostituirsi e fare i compiti al posto dei loro figli.

E se poi i bambini in reale autonomia non riescono a fare i compiti?

Apriti cielo.

Niente Pillole il giorno dopo. Solo Supposte.

Mi dispiace ma sono veramente pochi i docenti che riescono a rimanere coerenti fino in fondo al compito per l’autonomia.

E allora il genitore che fa?

Se può ci si mette lui, se non può ci mette qualcun altro o semplicemente lascia solo il proprio figlio-allievo che se è talentuoso se la caverà ( ma se la caverebbe anche senza compiti a questo punto), se è nella media si rovinerà il pomeriggio, se fa fatica si prepara alla reclusione nel gruppo degli sfigati.

Ma dobbiamo parlare anche dell’impegno.

Ecco perchè nella linea dei molti detrattori si inserisce la questione dell’incredibile contro messaggio educativo sul non educare gli allievi alla disciplina e all’impegno.

Praticamente è l’altra pillola di saggezza: ” a ciascuno il proprio dovere, io vado a lavorare, tu devi studiare”.

E’ una metafora anch’essa ambigua, perchè uno lavora e c’è un corrispettivo più o meno adeguato e poi si può licenziare.

Qui ti “licenziano” se passi degli esami al massimo e non è garantito che se io faccio il mio dovere mi venga corrisposto il mio salario di studente che, ricordiamolo bene, non è la promozione ma IMPARARE.

Sicuramente preferisco la metafora dell’allenamento. Per cui imparare senza una disciplina e un metodo è impossibile.

Per cui se i compiti sono iscritti in una prospettiva formativa sono necessari.

Rimane tutto da discutere dove queste esercitazioni debbano essere fatte.

Se sono rimasto a scuola 8 h forse non è il caso. Si chiama accanimento terapeutico.

Rimando ad altri articoli una riflessione più approfondita sul sacrificio.

Questa è una propria e vera flebo. Scusate non ne posso più. Ma l’idea che è giusto scarificarsi sui libri  in un “sudore di carte” a prescindere.

 

Volenti o nolenti tutti quelli della nostra generazione (della stessa generazione del padre della lettera) siamo passati da una scuola che ha privilegiato la trasmissione di un sapere intellettualistico pochissimo organico alla vita quotidiana, con docenti che cercavano i replicanti di se stessi invece che di educatori appassionati del formare. E anche gli appassionati del proprio sapere erano comunque contaminati dalla gerarchia dei “saperi” per cui alla fine, al netto di tutto, ancora oggi tutti i genitori sognano che il proprio figlio vada al liceo.

Allora sposare quest’altra panacea universale dei compiti come giusto sacrificio per il sacro dovere della cultura autoreferenziale mi dispiace signori aggiornarvi che è carta morta.

Molti docenti lo sanno e stanno facendo qualcosa di completamente diverso e invece di trovare l’accoglienza benevola di noi adulti si trovano stilettati ad ogni passo dal benpensante e moraleggiante ” ai miei tempi sì che imparavamo, ora non sanno neanche scrivere!”.

Sindrome di Stoccolma, ci siamo innamorati di un’idea carnefice di scuola (che quindi legittimava il  classismo) dalla quale non riusciamo a liberarci e coazione a ripetere, per cui noi facevamo i compiti, voi fate i compiti. Due volte al giorno, prima e dopo i pasti con assistenza medica dei genitori.

Va bene, state calmi, ci arrivo, un attimo. Molto è cambiato, e l’idea di una scuola scollegata dalla vita come viene descritta ingenuamente in questa lettera non è più nei programmi ufficiali di nessun grado d’istruzione. Rimane ostinatamente in qualche cervice dura vittoriana ma per il resto anche i più ottusi hanno imparato quest’altra pillola di saggezza.

Sì però per mettere in pratica questa pillola ancora oggi ci vuole un sacco di coraggio, creatività e lavoro gratis signori.

Perché altrimenti uno entra in classe, fa le sue ore, si attiene ai programmi e alla soverchiante burocrazia, nulla cambia. Nemmeno lui. Rimane lì al suo posto.

Come un’ernia.

Solo che non si può fare un intervento chirurgico, non credo che la “buona scuola” avrà gli strumenti per operare.

Ultimo sciroppo che vi dovete sorbire leggendo questo articolo è la questione della alleanza educativa scuola-famiglia.

Il padre-autore della lettera è stato ferocemente attaccato per il suo candido autoreferenziale punto di vista, in cui l’autorità delle istituzioni sparisce nel placido home-made-self-making americano “mi faccio da solo”, quindi anche con un impettito narcisismo da stivale che non guasta mai.

Scusate, ma quante scuole conoscete che insegnano attraverso modelli partecipativi a sentirsi parte attiva di una comunità?

Io alcune, e poi alcuni docenti a spot in tutti gli istituti.

E non sarebbe neanche il suo ruolo, ma si trova da sola come ultimo baluardo delle istituzioni pubbliche a fronteggiare un epocale mutazione genetica dove tutti i main stream culturali (di ambi- valenza politica e filosofica) hanno generato un homo consumatore, individualistico e narcisistico che in estrema sintesi è ognuno di noi oggi. Nessuno escluso. Neanche appunto quelli che hanno attaccato con veemenza la lettera di questo padre.

Come può un’istituzione avere un rispetto autorevole in quanto istituzione quando è sotto agli occhi di tutti il sistema clientelare, di corruttela di ogni braccio (armato o meno) del pubblico è infettato?

Non lo può fare a priori, come un saggio educatore, ogni scuola, ogni dirigente, ogni docente se lo conquista a caro prezzo, lavorando, parlando, incontrando, innovando, sbagliando. Di sicuro non ci si può trincerare dietro alla privacy e al POF, PTOF e tutte le sigle dei Malox-documenti ministeriali.

E quindi anche con questo padre-autore ci si parlerà, ci si confronterà, si sbaglierà e si imparerà.

Ma se volete possiamo perder tempo ancora con questa grande distrazione di massa:

“è colpa della scuola se i ragazzi non imparano niente di utile”

“è colpa delle famiglie che non sanno fare più i genitori”

Un bel conflitto Bianco/Nero, un gioco a somma zero in cui tutti perdono e nulla cambia.

Oppure alla mattina, a colazione , una bella assunzione della vitamina R:

RESPONSABILITA’

Come assumo e e aiuto gli altri ad assumere responsabilmente  ciascun compito della propria esistenza?

Un’ultima pillola ve la lascio in musica: buon ascolto!

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Vi devo dire 2 cose su cosa può voler dire fare l’educator*

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La notizia la trovate qui ben descritta in questi link:

http://www.varesenews.it/video/polizia-arresta-4-minorenni/

http://www.varesenews.it/2016/08/educatrice-aggredita-dai-ragazzini-notte-da-incubo-in-comunita/545785/

Per la cronaca rimane poco da dire.

Evito di accendere strascichi persecutori o di sciacallaggio che facciano riferimento anche solo lontanamente alla vita e al futuro di questi ragazzi.

Mi fermo e voglio provare  a raccontarvi altro.

Perchè da educatore ho necessità di raccontarvi cosa ci “attraversa” quando facciamo questo lavoro.

Ho necessità per un trasporto ematico di sbagliare drammaticamente ma di provare a farvi capire cosa è accaduto a questa donna.

Sbaglierò di sicuro, state certi, perché come voi non c’ero e non so nulla di quella realtà.

di questo state certi, è così, non fidatevi come fate leggendo altra roba che quello che sto per dirvi è solo palesemente vicino alla verità perché  esprimo con forza la mia opinione. Anzi, diffidate. Diffidate di quelli che sanno tutto e di tutti.

Io so solo quello che provo e che proverei e cosa avrei provato al  suo posto.

E’ solo frutto della mia vita, certo , una vita impegnata nel mondo dell’educazione.

Intendiamoci: non siamo dei superoi, non siamo tutti Madre Teresa, non siamo tutti degli imboscati fannulloni ma allo stesso tempo incontrerete educatori che vi daranno quest’idea.

Poi ci sono persone normali che scelgono di fare un lavoro onesto per fare la propria parte nel mondo che vengono sbattuti in gironi infernali.

A volte con delle protezioni, a volte no.

A volte stai in un servizio con capi in gamba che ti seguono e ti supportano aldilà del loro mandato, a volte semplicemente no.

All’università (per chi non lo sapesse c’è una (ormai 2) Laurea per fare questo lavoro) ti infarinano di concetti universali di pedagogia e psicologia ma poi ci sei TU.

Ci sei Tu con il tuo corpo che sta in mezzo a situazioni come queste che urlano vendetta difronte al cospetto di dio.

Ci stai tu, giovane donna che ti trovi a sostituire, che ti piaccia o meno, il ruolo di genitore di genitori devastati dalla vita.

C’è un dispositivo di un tribunale che ti affida un minore che distrutto già dall’esistenza nefasta consegnatagli dal fato ti si troverà davanti con tutta la sua rabbia e potenza di distruzione ed autodistruzione.

Sì, non è il tuo ruolo fare il loro genitore, ma un’onda di mancanza totale ti travolge, e se non hai due (s)palle di ferro ti trovi travolta da un carico di (dis)umanità delirante.

E sei lì, con il tuo corpo, a percepire da ogni poro che c’è qualcosa che non va.

Certo, il tutto si può gestire e il lavoro dell’educazione è pensato apposta per offrire un punto di svolta per queste vite.

Ma molte volte il punto di svolta non è vicino e tu devi semplicemente supportare l’onda d’urto di dolore e odio che degli esseri umani ti buttano addosso.

Lo fareste voi per 8 € netti all’ora?

Ah, vi stupite che sia un lavoro e che questo sia un lavoro?

Andiamo avanti.

E poi sei donna, ti accorgi che la semplice presenza provoca delle reazioni negli altri esseri umani di sesso attratto che ti stanno accanto.

Già questo è complicato da gestire, soprattutto se sei giovane.

Figurati se addosso a questo carico c’è il senso di responsabilità delle vite che ti vengono affidate.

L’educatrice in questione, distrutta dalla situazione afferma di aver pensato di “non esser in grado a reggere la responsabilità affidatale per il turno notturno”.

Ti hanno buttato piscio addosso, hanno cercato di stuprarti, ti hanno minacciato con un coltello e tu pensi di essere inadatta.

Possibile? Sì possibilissimo anche per personale molto formato e in gamba.

Perchè è lì il tuo corpo davanti ad altri corpi con la sensazione di perdere tutto, per primo te stessa.

Di quei corpi che hai davanti hai la fredda e lucida consapevolezza che quello che stanno agendo è disumano ma perchè disumana è stata la vita con loro.

E allora puoi andare in black out, perchè il tuo istinto di sopravvivenza personale/animale combatte con l’istinto di sopravvivenza della tua specie, un istinto che alcuni di noi hanno provato, hanno capito che allevare cuccioli di uomini di questo tipo mette a repentaglio la specie alla quale appartieni. Allora fai un passo indietro tu, perchè sei l’unico cosciente della portata di quello che sta accadendo.

Cuccioli di uomini allevati come bestie.

E allora di “inadatto” c’è un welfare che vede gli enti locali a lottare per non investire i pochi soldi che hanno per l’assistenza sociale in comunità. Perchè 100€ al giorno per ogni minore in comunità fanno in fretta a far saltare qualsiasi bilancio di qualsiasi Comune.

Per cui scegli la comunità che costa meno, con personale meno qualificato e con notti magari dove manco c’è l’educatore.

Ecco l’unica cosa seria che non si fa veramente è investire sull’unica cosa che permetterebbe di vincere questa lotta contro la disumanità: l’educazione.

L’educazione professionale, cioè più soldi per pagare più personale e meglio formato.

Non venitemi a dire che non ci sono i soldi.

Vi prego no.

Le rotonde con giardini fioriti si continuano a fare, le asfaltature prima delle elezioni che durano un anno si continuano a fare, le armi si continuano a comprare e a vendere, i soldi ci sono. Punto.

Crisi o non Crisi è questione di priorità.

Se non ci sono i soldi per mettere un argine al fallimento in essere di un’esistenza per un lavoro di comunità figurarsi per i lavori che veramente vincerebbero le sfide titaniche della riduzione del disagio: la prevenzione.

Ma non volevo parlare di Welfare, volevo provare a spiegarvi come a volte ci sentiamo quando lavoriamo .

Eh sì perchè è un lavoro, e un po’ più complesso della macchietta del bravo ragazzo che gioca a pallone e fa fare i compiti.

Qui a  volte noi ci distruggiamo, e qualcuno, signor*, ci rimane sotto e non ritorna più.

 

 

 

 

 

 

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Il rock è morto e io non sto tanto bene, forse dio mi ha dato l’hip hop

No non è bello. Proprio no. Ma cosa ci devo fare, dopo anni di capelli lunghi, adolescenza a jeans e toppe con chiodo di annata recuperato la mia anima rock non ha più casa. Dove cazzo è finita la spinta sudata controcorrente e diseducata del rock? Che ne è della demolizione iconoclastica del potere e del controllo delle nuove generazioni?

Non lo so, ma in un mondo dove tutto è fiction e pulp senza aver bisogno di pulp fiction il rock è stato completamente assorbito e digerito come un boa che si ingolla uno gnu senza corna. L’immagine dissacrante, la parola fuori luogo, lo stile di vita anti quotidiano sono diventati un dominio pubblico di qualsiasi consumatore.

Tutte Reunion al soldo dell’unico delirio di grandezza rimasto del rock: cash a palate . Ma che ce ne facciamo di queste porno-nostalgie del passato talmente trash (ogni riferimento ai Guns’n’roses è puramente casuale) che mia nonna e la nonna di mia moglie che sgranano rosari combattendo le malattie del nuovo millennio sembrano delle valchirie a confronto?

No grazie, non ho bisogno di fottuti eroi, nessuno vi ha mai chiesto di diventare delle divinità , dei punti di riferimento, dei portavalori laccati di onestà e integrità .

Potete drogarvi e ammazzarvi di quello che volete, tanto lo facciamo tutti solo con meno soldi.

Niente è che dovreste essere artisti. Cioè respirare la stessa merdosa aria che tutti respirano e trasformarla in una bomba di energia che ci fa muovere il culo e sentirci meno soli la mattina alle 7:39 quando siamo in macchina o in treno.

Non è che dovete essere intellettuali, no per l’amore di dio no. Non sto mica chiedendo di diventare delle pie anime da ascoltare per sentirmi più intelligente della massa. Ogni riferimento a chi spupazza nomi come De André & co.è ovviamente casuale. Per l’amore di dio non stiamo parlando di questa masturbazione narcisistica.

Stiamo parlando di una cazzo di botta nello stomaco che possono sentire tutti quando la micro rabbia del sentirsi collegialmente falliti ti prende e ti apre quello spiraglio di sensibilità ultraterrena che ti fa dire: fanculo, non mi avrete mai, io sono ancora vivo!

E allora non odi nessuno è tutto sublimato, cazzo hai cantato e suonato una cosa che mi riguarda perché in fondo ti stai donando a me che ti ascolto senza chiedermi niente in cambio.

E invece ti trovi con del fighettismo che si lamenta con il proprio manager che non ha avuto il premio che Mtv gli aveva promesso o perché la radio e i media lo hanno bistrattato. Che fallimento.

Non è un caso che negli ultimi anni il mio istinto di sopravvivenza  mi stia facendo ascoltare hip hop.

Non me ne frega niente del moralismo “è di moda”

Quando il rock faceva volteggiare donne con le minigonne sopra teste impomatate di benestanti   Usa teenager chiaramente era una moda ma aveva un sacco di cose da dire con il suo semplice esistere.

Un sacco di cose da dire. Caro rock, cazzo inventati un contro cazzo modo di dire delle cose.

Le vogliamo sentire. Sentire dentro come una pietra che rotola, come qualcosa che fischia nel vento, come un tuono, un fottuto occhio della tigre che si impossessa di noi, una preghiera per Gina e Tommy per resistere al precariato, una pioggia di novembre che ti allaga, un conto alla rovescia per un salto nel futuro, una fottuta paura del buio dove il signore della sabbia viene sconfitto a colpi di head-banging senza doversi minimamente fregare di come oggi sei vestito e pettinato.

Mi dispiace caro rock, ma queste good vibrations io ormai le sento più nell’hip hop.

Ci si becca sull’autostrada verso l’inferno, qualcuno sicuramente ha ancora qualche fottuta idea per tornarci, lo so. Io intanto aspetto, vorrei ….ma non posto.

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Due Lauree, quasi 40 anni e…

In data 10 marzo 2016 ho conseguito la laurea magistrale in Psicologia a Torino. Un attracco dopo un viaggio di 5 anni.

in mezzo a questo viaggio mi sono sposato, io e Francesca abbiamo messo al mondo due bambini, ho mollato un contratto a tempo indeterminato ed avviato tre nuove attività da libero professionista.

in queste tre righe le dita mi si affaticano al solo battere i tasti, una compressione di emozioni e fatiche scarnificanti.

Voglio decomprimere questo nugolo di intersezioni  ricordandomi  che la storia di ognuno è fatta di persone e incontri e questo, per l’ennesima volta, è ciò che conta e fa la differenza.

Ci sono persone ovunque protagoniste, inconsapevoli portatrici di eventi drammaturgici. Nella calda e accogliente estate di Marsala del 2010 Amalia dopo averci fatto spiaggiare dal cous cous della madre spulciavi con noncuranza le informazioni per iscriverti a ingegneria, una tua possibile seconda laurea. Io ti guardo, guardo Francesca e capisco che è giunto il momento di chiudere una partita aperta molti anni prima: voglio iscrivermi a Psicologia.

La partita era cominciata in un’altra estate marina, il 1997, su una spiaggia adriatica del Lido di Cavallino. Io imberbe obiettore di coscienza nel delirio del mio periodo ideologicamente più intransigente e rivoluzionario dovevo fare i conti con la questione lavoro università, dopo aver spumeggiato in deliri di onnipotenza di salvazione della terra con il mio servizio civile e una vita presa a piene mani in ogni frammento.

A cosa mi iscrivo? Sì e con quali soldi, con quale lavoro mi potrò sostenere gli studi?

Avevo dentro questa forbice….Scienze dell’Educazione o Psicologia?

Enrico (in questo caso regista molto consapevole) mi semplifica in modo lapalissiano questa scelta: mi offre un lavoro da educatore al termine del mio servizio e io mi iscrivo a Scienze dell’Educazione, non fa una piega. Era quello che stavo facendo.

Già era quello che stavo anche “agendo”; ho imparato dopo anni di lavoro, di studi e terapia il significato di questo termine.

Perché da qualche parte quella scelta a “Y”, digitale, o “0” o “1”, tanto tipica della nostra cultura occidentale non mi aveva guardato nella mia integrità.

Non aveva guardato per esempio a quell’altro tratto di storia di me adolescente che mi facevo prestare i manuali di psicologia dalla mia ragazza Elsa che faceva lo psicopedagogico. Li divoravo perché nel frattempo avevo “smesso” di studiare ragioneria. No, no, non avevo mica abbandonato. In quarta superiore vivevo di rendita delle secchiate e fatiche degli anni precedenti, e mi trovavo a detestare ogni singola riga di ciò che fosse numero, soldo e contabile. Mi divorai “sogni,ricordi e riflessioni” di Jung.

Non ci capii una mazza, sia chiaro, ma il mio animo era sprofondato in un abisso senza tempo, intuivo che io ero da un’altra parte, molto lontana da lì.

Sono riemerso, ho lavorato, ho studiato sono andato avanti a testa bassa, senza fermarmi. Mai.

Di mare in mare bisognava però poi attraccare nella landa della Pianura Padana per proseguire questo viaggio e nell’autunno 2010 mi trovo a fare il test di ammissione a Psicologia a Pavia: 150 posti per 500 anime iscritte….mi sono trovato pertanto in biblioteca a studiare test di logica con i coetanei di mio nipote Alessandro (classe 1991). Già solo qui temevo che fossi fuori tempo e che avessi preso un grosso abbaglio.

Ma infilo un 76° posto (la mia classe 1976) e comincio a far visita a Pavia qualche volta al mese per capire dove sono finito e che diamine dovrò inventarmi per studiare, trovare libri appunti in mezzo al mio lavoro e ai preparativi del mio matrimonio.

Mi accorgo per la seconda volta di essere fuori posto perché i miei colleghi mi trattano come un vecchio, a cui si da del lei e del riserbo per buona educazione. Se provo a scambiare mail e cellulare passo per marpione…insomma stallo!

In questo vicolo cieco entra in gioco Fabiola che letteralmente mi soccorre e rompe l’incantesimo rivolgendomi la parola! Mi trasformo da Orco pederasta in compagno attempato di studi con il quale si può addirittura parlare e scherzare!

Fabiola mi sommerge di aiuti e informazioni che non avrei mai potuto recuperare in altro modo: siamo nel terzo millennio ma ancora l’Università non è una scuola per lavoratori. Che amara condizione: tutto il sistema da per scontato che tu non hai altro da fare che l’Università come studente. Per carità, anch’io ho sempre sognato di fare “solo” l’universitario per poter seguire le lezioni, i seminari, approfondire…vivere l’Università come un’esperienza culturale a tutto tondo. Ma è altrettanto chiaro che per poter fare questo ci vogliono soldi, e in Italia significa mamma e papà che sborsano. Per cui trovi poi docenti che ti trattano come bamboccione viziato a cui indispettiti chiedere fatiche inutili aliena da qualsiasi finalità didattica.

Quindi senza Fabiola Pavia mi sarebbe costata il doppio della fatica e del tempo.

Non finisce qui, perché in prossimità del terzo anno caro Federico ti inserisci tu, a solleticare il mio ego e la mia voglia di affrontare sfide: passare alla laurea magistrale sommando un certo numero di crediti senza laurearsi alla triennale, unico posto di Italia dove si fa è Torino.  Sappiamo già la risposta a questa sfida. Ci mettiamo in macchina e facciamo questo viaggio Sesto Calende-Torino per fare questo colloquio proforma ed iscriverci alla magistrale. Magistrale quel giorno c’è stato solo il nostro solito numero dove ci siamo inventati un’equipe fasulla per passare davanti a 60 candidati. Se l’Università non aiuta i lavoratori…eh…insomma! 😉

Poi tu Fede hai cambiato percorso, ma il colpo me lo hai fatto fare tu perché ora altrimenti avrei probabilmente una laurea triennale che sarebbe valsa come il 2 di picche come quando comanda cuori a briscola.

Torino bella, ma dista 150 km da casa, che nel frattempo è tornata ad essere Tradate, siamo sposati e c’è Diego, il nostro primogenito. Impensabile frequentare, l’Università non è un paese per genitori. L’empatia dei docenti che si attengono al regolamento in qualsiasi caso è un bell’esempio di legalità ma per l’ennesima volta o mamma e papà pagano o se sei papà tu le cose si complicano un po’.

Quindi vado 1 volta a lezione e tento il tutto per tutto: trovare il maggior numero di contatti possibili per avere info e materiali. Sì avete letto giusto: 1 volta.

In quella giornata l’empatia continua a regnare sovrana (ironicamente) anche se è leggermente meglio di Pavia, probabilmente comincia ad esserci qualcuno intorno a te che (udite udite) Lavora!!!!

Niente però, quando si tratta di scambiarsi numeri e mail si avverte sempre quel formale contegno (“ah sì certo rimaniamo in contatto”frasi che manco le ex hanno più il coraggio di dire) con cui viene scivolato via.

Ho perso le speranze e mi chiudo nell’aula più buia e penosa della mia carriera a seguire la lezione di un sociologo istrionico a un passo dalla pensione (parteciperò poi alla sua ultima sessione di esame) che alle 6:30 di sera non è proprio ascoltabile, perchè leggere in classe il proprio testo manoscritto è qualcosa che è dir poco narcisistico.

Le battute volano in fondo alla classe per poter resistere alla tirannia della didattica del libro Cuore e sono l’occasione per attaccare bottone con le compagne di sventura.

“Ciao mi chiamo Erica

“Di dove sei?”

“Venegono Inferiore”

Ho smesso di respirare. Dentro di me vedevo i 150 km zipparsi come in un film surreale, strade che si piegano come Inception e diventano 5km!

Il classico gol ai minuti di recupero. Senza questo gol anche qui non saprei cosa avrei fatto. Grazie a Erica Torino diventa un’esperienza possibile, talmente possibile che addirittura per un certo tempo tengo addirittura il passo di uno studente.

Ma nasce anche Marco, io praticamente faccio 3 lavori e arriva il  momento di confrontarsi con un altro mostro mitologico dell’Università italiana: il Tirocinio!

Ora, capiamoci bene, che gli studenti facciano esperienza sul campo ce n’è di bisogno Io sarei addirittura per rendere obbligatorio lavorare e studiare. Soprattutto a una magistrale. Ecco però lavorare. c’è di solito sempre la questione del soldo che ne dite?

Invece il tirocinio italiano è lavorare gratis per 25 ore a settimana per un anno, contenti?

Puoi farlo dove lavori? No, sia mai! Lo studente non sia mai un lavoratore!

Paga le tasse, fai belle esperienze ma poi se lavori non venirci a rompere.

Qui scende sul tavolo l’asso che cambia la partita. Io ho finito tutte le risorse e sto per mollare tutto, non ho scelte…

L’asso è Francesca (la tutor d’ora in poi per distinguerla dall’altra Francesca) che diventa la mia tutor di tirocinio e mi permette di salvare capre e cavoli. Una specie di intervento da supereroe. Incamero queste 1000 ore (che per reiterare il concetto italiano di Università nessuno si è mai sognato di controllare) e posso far partire la barca per l’ultima tratta: la tesi.

A questo punto facciamo il riepilogo, sono sposato, ho due figli, tre attività da libero professionista appena avviate e nemmeno vicine geograficamente tra loro. Come ciliegina sulla torta due di queste attività comportano la ristrutturazione di due spazi: uno da 60 m2 (terminato) e uno da 170 (modalità Duomo di Milano ON). Le energie più che scarse sembrano andare in segno negativo e collasso.

A questo punto l’ultimo personaggio compare per la sfida finale: la professoressa Tatiana. Chi è Tatiana? Diceva uno sketch da cabaret di qualche anno fa. Tatiana è in estrema sintesi l’unica professoressa disposta a prendermi in tesi prima del 2020.

Non è un’esagerazione, perché le altre porte che busso  hanno questo cartello scritto fuori. L’università non è per i lavoratori ma neanche per gli studenti se poi devi “pregare” per poter laurearti nei tempi che in teoria sono dovuti per legge.

Nel frattempo a Torino ha chiuso il mio indirizzo “Sviluppo ed Educazione”. Esattamente l’anno dopo che mi sono iscritto. Un segno.

Un segno che mi permette di farcela , un segno che rappresenta quanto poco conti e conti sempre di meno l’Educazione. Apre Criminologia, un boum di iscrizioni. D’altra parte questa è gente che può andare in Tv. Tv uguale Soldi. Educazione uguale….

Tatiana oltre ad essere l’unica professoressa di Psicologia a prendermi in tesi è anche un essere umano. Ascoltate bene, sì, ascolta la mia esigenza di padre e lavoratore e capisce che non ho nessuna pretesa accademica, quindi mi lascia libero di fare un lavoro solo “discreto” mettendoci il suo nome sulla mia tesi. Complimenti.

In un mondo di prime donne e vanagloriosi della firma incontro una donna, vera, punto.

Senza tutte queste persone non sarei arrivato qui.

La vita è storia di persone. Le persone sono la nostra storia. Amen

P.s. sì ebbene sì, ho parlato di “Gender” durante il discorso di presentazione alla commissione, ho potuto farlo!

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La Piazza fa male se non usi la Testa

Luca Iavarone ci regala questa perla al termine di questo week-end dove è andato in scena il famosissimo #family day. Al centro la discussione del DDL Cirinnà ma in realtaà al centro, quando si tratta di piazza finisce di tutto.

Io lo so, cari amici, molti di voi che hanno partecipato (o che avrebbero voluto partecipare) non sono le macchiette raffigurate da questo video.

Ma ci sono dei problemi comunque dei problemi.

Uno: alcuni dei contenuti malespressi (permettetemi il neologismo per essere elegante) da queste persone voi non li disconoscete, anzi li approvate.

In fondo anche voi cattolici di buon senso vi piegate al dubbio (qui dato invece come certezza fondamentale) che l’omosessualità sia qualcosa di strano, non magari una malattia, cioè insomma li rispettate, sono vostri amici (vorrei conoscere una persona che ritiene che aver un amico significhi avere una persona che lo considera un CASO UMANO!?!) ma non toccatemi i figli. Sì insomma alla fine vi incartate anche voi, che avreste tutti gli strumenti per prendere distanze da queste posizioni.

Due: appunto, prendere distanze. E qui entra in gioco la Coerenza.

Se la famiglia è una questione di AMORE, e il Family Day doveva ricordare la forma ” principe” dell’AMORE (si è arrivati addirittura che fosse una questione antropologica o costituzionale) spiegatemi che posto trovano nella famiglia dell’AMORE queste persone che vediamo nel video.

Va bene, volete ricordarmi che si sono pescati 6/7 individui su 2 milioni (perchè anche mentire? vabbè è una questione di piazza, ci penserà la Questura) da un servizio giornalistico di parte.

Il problema è rappresentato  dalle distanze, che nessuno domani prenderà, nè ai vertici nè tra la base.

Distanze che, permettetemi, si possono prendere anche in Piazza.

Un po’ di Piazza ne ho fatta. Le conosco le emozioni travolgenti di sentirsi “Un unico corpo” di appartenere ” a qualcosa di più grande”, sia la Storia o Qualcosa di altro.

E le diversità sono così tante che non puoi pensare che qualche imbecille vorrà rovinare i “bei ideali” che vai professando.

Era il 20 Luglio 2001, pomeriggio, Genova. La tragedia stava per accadere, a minuti. Noi eravamo in Piazza Manin con la Rete Lilliput. Arrivai quando la carica inutile e odiosa aveva già malmenato persone con magliette inneggianti alla non-violenza e alla solidarietà, rei soltanto di essere al G8.

Ad un tratto, come dal flashback di un incubo compaiono in fondo alla via i famigerati Black Block. Neri, come un gregge confuso (ma unito) si muovono con passo tranquillo verso la prossima destinazione, come lo spostamento di una scolaresca dalla scuola alla piscina.

Nelle persone la rabbia saliva, erano stati menati per quelli. Loro che erano lì per un mondo di pace avevano preso manganellate per queste figure nere paramilitari che si spostavano in blocco indisturbati.

Abbiamo cominciato a urlare loro di  andarsene, di vergognarsi ma , soprattutto , di fermarsi. Lo abbiamo urlato con tutta l’impotenza di chi in piedi con la propria maglietta bianca vede un plotone nero munito di caschi, spranghe, catene e manganelli sa che non potrà fare nulla.

Qualcuno però si scalda e comincia a insultarli ed ad avvicinarsi pericolosamente, mosso dalla rabbia, dal dolore.

E quel momento non me lo scorderò mai. Un istinto fondamentale. Mettere le distanze.

In pochi, ma sufficienti, abbiamo creato un cordone che separava noi da loro, evitando che si creasse altra violenza su violenza.

Abbiamo messo le distanze tra la violenza e la violenza. E’ una questione di coerenza.

Avete ancora una chance domani mattina.

Prendete le distanze.

 

 

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