Giovani Fragili o Adulti con Visioni Fragili?

giovani fragiliNegli ultimi due decenni molti esperti sono concordi nell’affermare che i giovano di oggi sono fragili, soprattutto dal punto di vista emotivo.
E ne ricavano come strada un’educazione emotiva capillare in ambito familiare e scolastico.
in controluce c’è sempre inespresso un confronto con la generazione degli scriventi o di coloro che le hanno precedute:
“non hanno più autocontrollo” “sono diventati insensibili a tutto e a tutti”,
ed espressioni simili inducono a pensare che le generazioni precedenti fossero migliori dal punto di vista emotivo, maggiormente competenti.
Fermiamoci un attimo.
Stiamo parlando del novecento?
Il secolo in cui ci si è ingollati la parabola infernale dall’olocausto al consumismo edonista?
Quali generazioni incredibilmente competenti e solide hanno vissuto e sono state protagoniste di questo secolo?
Come educatore sono stato sempre irritato dal confronto al ribasso con le vecchie generazioni
C’è un cortocircuito di pensiero in questo genere di analisi che porta sempre ad individuare incredibili degenerazioni ed apocalittici fallimenti dell’umanità di cui potrebbero essere responsabili le nuove generazioni.
Rimanendo all’educazione emotiva non potremmo per esempio accettare che esiste un cambio di paradigma in atto per cui le vesti ideologiche ed estremamente rigide delle varie morali del 900 non siano più in grado di “contenere” in costumi sociali facilmente riconoscibili ma incredibilmente cristallizati ed in realtà molto privi di competenze relazionali, emotive ed empatiche.
Si imparavano dei riti, rituali e delle procedure. Altro che Life skills.
E quindi sono contento che le nuove generazioni abbiano abbandonato queste pratiche, che siano fortemente disillusi di molti ambiti che gli adulti gli propongono.
Piuttosto che impartire sermoni dovremmo curiosamente e pazientemente cercare insieme a loro a quale salto evolutivo stiamo partecipando o a quale cambio paradigmatico (Kuhn) dobbiamo attrezzarci perchè già in atto.
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Faccio il Grinch: Le feste di Natale per l’Infanzia…una tragedia!

 

Grazie al lavoro teatrale (a tempo parziale) e al “lavoro ” di genitore (full time tempo indeterminato) ne ho viste di feste di Natale per l’infanzia (3-6 anni) e ci sono molte cose che non capisco.

1-LE CANZONCINE DI NATALE CON LE BASI CANTATE

il tormentone di questo anno eccolo qua. Orecchiabile, vitale, universale.

Bene, allora perché sta diventando una tradizione il fatto che i  bambini non possano più cantare usando SOLO la loro voce su una base o su uno strumento? Perchè devono cantare (o provare a bofonchiare quello che riescono stando dietro a un ritmo e a una metrica pensata per la audioregistrazione e non per il canto) “sotto” la voce della base registrata? Quale apprendimento si realizza? Che obiettivo si raggiunge?

Ve lo dico io: per le maestre è più semplice e fanno una più bella figura in termini spettacolari nei confronti dei genitori

2- LE PROVE DELLO SPETTACOLO DI NATALE

Spiegatemi per quale motivo educativo/scolastico/puffabile i bambini devono essere stressati per più di un mese a suon di prove e parti e partiture da imparare a memoria?

Con Maestre stupite che alla prova dell’ultimo giorno vede metà dei suoi bambini fare di tutto per scappare e fuggire da questo supplizio il dubbio non potrebbe nascere?

Ve lo dico io: come genitori vogliamo una bella scena ordinata stereotipata di bambini in fila che cantano (in playback) , recitano la poesia per poter fare foto e video.

3- LE FOTO DEI GENITORI (Nonni, zii, fratelli sorelle amici…..)

Ecco, la foresta di braccia che si alza di fronte a questi cuccioli stressati e smarriti non si levano solo per applaudire ma soprattutto  per fare foto e video come se ogni volta fosse il giorno del loro matrimonio. Non interessa realmente come sta il bambino, cosa ha imparato, cosa sta facendo. Vogliamo solo che ci veda, ci saluti e faccia qualsiasi cosa per essere catturato dalla nostra camera.

Diciamocelo: abbiamo così voglia di essere noi protagonisti di quella situazione che non riusciamo a non mettere in tasca lo smartphone per guardare i nostri figli, appena possiamo facciamo a gara per fare la renna/babbo per entrare in quelle foto/video. I bambini diventano un surrogato per gratificare noi stessi.

E poi ci chiediamo perchè poi l’ansia da performance stia tragicamente diventando comune anche nell’età dell’infanzia.

4- CARO GESU’ BAMBINO DELLA SCUOLA PUBBLICA…

E su questo fioccheranno le invettive più tradizionali d’Italia.

Sto per dire una cosa scontata, una di quelle che in altri paesi verrebbe da sorridere al solo pensarci. Siete pronti? Eccoci allora:

il presepe è un simbolo della religione cristiana, il bambino nella culla si chiama Gesù ed è il figlio di Dio sempre per la religione cristiana.

Fin qua tutto bene.

La classica domanda: cosa ci fa in una scuola pubblica e  laica per definizione? Perché diventa protagonista anche delle recite natalizie che sono dei veri e propri momenti pubblici?

Ve lo dico io: perchè è una nostra tradizione! (risposta in coro).

Peccato che si fa finta di dimenticare l’aggettivo collegato a questo sostantivo: cristiana

5- CARO GESU’ BAMBINO A MESSA…

Ma per par condicio eccoci anche presenti a una messa della vigilia di Natale in chiesa. Messa alla quale i bambini del catechismo e le loro famiglie sono state caldamente invitate.

Bene. Allora sarà una messa per l’infanzia in cui finalmente tutto è in ordine e al suo posto.

La messa dura 70′, ci sono 6 letture e un coro  impossibile da seguire perfino dagli adulti e una liturgia in cui non c’è nessuna partecipazione dei bambini.

Bambini stipati sulle prime due panche: 15.

Ve lo dico io: bisogna dire che si fa una messa per i bambini perchè sennò cosa racconti ai poveri catechisti che si fanno un mazzo per tutto l’anno a tradurre l’intraducibile per coinvolgere i bambini?  Ma poi  farla veramente comporta fare fatica, pensarla, organizzarla, prevedere ed accogliere la loro presenza per renderli pienamente partecipi di una celebrazione in cui il mistero della Vita ha una centralità e un empatia importante con il mondo dei bambini.

A parole mettiamo sempre i bambini al centro delle nostre attenzioni, ma a me sembra che mettiamo sempre il nostro bambino interiore al centro, cerchiamo di gratificare e fare le cose che piacerebbero a noi, che ci sarebbe piaciuto fare (o neanche) da piccoli e che facciamo fare ai nostri piccoli senza minimamente leggere i loro bisogni ed ascoltare la loro creatività.

Il vostro Grinch finisce qua e fortunatamente ha visto tanti momenti in cui i bambini sono stati protagonisti con la loro gioia, con il loro disordine creativo, con le loro urla, con le loro capriole, con i loro momenti di attesa quotidiana gustosamente avventizi ma senza stressa da performance.

Natale forse è anche questo, farsi da parte perchè uno più piccolo di me ha qualcosa da insegnarmi.

Buon Natale!

 

 

 

 

 

 

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Sberle: strumento educativo? NO!

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Recentemente un post di Pieraccioni (Facebook: Leonardo Pieraccioni Pagina Ufficiale) ha riportato alla ribalta il tema delle percosse in ambito educativo. Il regista toscano sostiene che di fronte alla dilagante maleducazione bisognerebbe ritornare ai c…i in c…o per poter ripristinare valori e rispetto.

I social si sono riempiti di molte espressioni a favore di questa educazione cosiddetta “tradizionale”.

Anche la trasmissione “Quinta Colonna” andata in onda il giorno 11/09 (alla quale ho partecipato in collegamento diretto) ha cercato di animare il dibattito sulla questione.

Come psicologi e pedagogisti proviamo a mettere in discussione alcuni luoghi e comuni.

 “Due sberle non hanno fatto mai male a nessuno”

L’utilizzo di percosse occasionali (senza che sfocino in violenza psicologica e fisica ordinaria) ovviamente non determinano automaticamente traumi e disturbi dell’evoluzione delle persone.

Ma questo non significa che non facciano “male”. Il minore che riceve una sberla è come se ricevesse una “bomba che esplode in faccia” (Cit. Pellai: Nella pancia del papà (Franco Angeli Editore) lasciando una traccia indelebile di rabbia, vergogna e umiliazione. Il bambino si trova di fronte a un gesto totalmente incomprensibile. Nella logica dell’accudimento, colui che lo deve proteggere dai pericoli del mondo viola il suo corpo usando la sproporzione della propria forza per ripristinare l’ordine. Qualsiasi possibilità educativa rispetto all’accadimento (infrazione di una regola, capriccio, litigio tra fratelli…) viene cancellata e sostituita dal dolore fisico e dalla vergogna di sentirsi così sbagliato da meritare le botte.

Nessuno di noi ha un ricordo positivo rispetto alle percosse che abbiamo ricevuto da bambini. Possiamo fare meglio delle generazioni che ci hanno preceduto senza giudicare nessuno: ci sono altre strade per poter crescere tutti insieme in umanità.

“Sono i bambini che arrivano a chiedertele”

In realtà quello che accade è che le punizioni corporali arrivano quando la frustrazione e l’esasperazione dell’adulto sono talmente alte che non si riesce a mantenere il controllo e si sfoga la propria rabbia in questo modo.

Bisogna però tenere conto che tale frustrazione spesso non è neanche generata dai bambini ma dallo stress lavorativo, da conflitti relazionali con i colleghi, con il partner…

A volte invece sono le situazioni con i nostri bambini che ci portano a questo limite, ma l’importanza di imparare un autocontrollo delle proprie manifestazioni emotive è un compito richiesto a qualsiasi genitore. Dirsi che è qualcosa “voluto” dagli stessi bambini è la giustificazione intellettiva che ci diamo perché in realtà sentiamo nel profondo di aver fallito.

Dai fallimenti comunque si può imparare che certe situazioni si possono evitare e limitare, costruendo delle relazioni con i nostri figli basate su regole e tempi precisi a misura dei bambini e non solo nostre.

Se, per esempio,di fronte a richieste pressanti e insistenti dei bambini basate sul “Lo voglio subito” noi genitori reagiamo immediatamente innervosendoci e continuando a reiterare dei bruschi e sintetici “no”  questa situazione ha alte possibilità di generare un escalation verso l’esasperazione.

E ricordiamoci: Nessun essere umano sano di mente vuole essere picchiato!

“Le botte funzionano eccome, dopo sono tutti buoni ed ubbidiscono!”

Si ha la sensazione superficiale che dopo una percossa la situazione generale si ristabilisca e i bambini ubbidiscano a quel punto senza più fiatare.

Innanzitutto spesso non accade questo, se ci troviamo con bambini molto piccoli, l’uso delle botte innesca una situazione spesso altamente più caotica e disperante in quanto i piccoli non hanno gli strumenti a disposizione per gestire l’enorme fatica di quello che sta accadendo.

Se invece le acque si calmano, questo fenomeno è maggiormente legato alla paura di altre percosse piuttosto che all’interiorizzazione della norma violata o del comportamento punito.

“Le botte sono uno strumento educativo, chi non le usa fa fare ai figli quello che vogliono!”

Non usare le percosse come strumento ordinario di risoluzione dei problemi non significa togliersi dal ruolo di genitore autorevole. Anzi significa assumerselo a pieno titolo, facendo molta fatica a conservare la severità e la disciplina delle regole condivise, anche quando siamo messi alla prova. Ma è con questa coerenza e con un amore fatto di ascolto e attenzione che si conquista l’autorevolezza per cui in alcune situazioni basterà lo sguardo e una parola precisa e determinata per ottenere buoni risultati.

Solo agendo così forniamo strumenti ai nostri figli per imparare a gestire essi stessi la rabbia e la frustrazione, altrimenti insegneremo loro che usare la violenza è la strada per risolvere i problemi: e allora si sentiranno legittimati a farlo con i fratelli, a scuola, quando saranno grandi…

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“Pressing” l’abilità dell’operatore socio-culturale a Settembre

Tu ci puoi provare.

Ci puoi provare a fare programmazione a Giugno, a inviare formali richieste alla rete di enti e collaboratori a Luglio, fare incontri preliminari ad Agosto…

…ma…

….ma tutto si gioca per le tue attività sociali e culturali di un anno in una manciata di giorni a Settembre.

Quello di cui camperai per un anno intero si gioca con le risposte che ottieni in questi giorni.

C’è un atteggiamento elefantiaco che schianta le attività tra Giugno e Agosto a una velocità manco usassimo ancora i corvi e i piccioni viaggiatori per comunicare per poi psicoticamente trovarsi in una manciata di giorni di Settembre a correre come una gazzella inseguita da un leone.

E se stai fermo, muori.

Per cui cominci a fare “pressing”.

Chiami, mailizzi, stalkerizzi giorno dopo giorno per ridire esattamente tutto quello che avevi già detto a Giugno, siglato a Luglio e concordato ad Agosto ma…sul quale non si è deciso niente.

Ma non hai alternative, richiami, rispieghi, riprendi i documenti già pronti, li reinvii e incroci le dita.

Poi la gente si scandalizza se si creano dei problemi.

Se manca il personale.

Se non ci sono i fondi e le condizioni adeguate per attivare i percorsi.

Se la gente si frega a vicenda per un tozzo di pane.

Perchè il teatro e l’educazione vivono di tozzi di pane. Con il cavolo che altrimenti accadrebbe questo….

Venisse mai il dubbio che magari bisogna usare il tempo dell’anno in modo diverso?

No, mai. Meglio un pasticcone di “Oblivium” da 1 kg da ingurgitare a Giugno per risvegliarsi dal coma letargico il 1 settembre.

Io sono una schiappa a calcio, non ho né tecnica né classe. Ma una cosa come il “pressing” la capisco e se un tempo mi facevo delle riserve mentali a rompere le scatole alle persone ora non guardo più il pallone e punto alle gambe.

Non fate i finti tonti…sto per chiamare anche voi che non mi avete ancora risposto.calcio

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Fallire/Tradire una Generazione

getmedia

To Fail in inglese significa fallire ma anche tradire.

Lo trovo molto evocativo rispetto ai dati inquietanti della cronaca delle ultime settimane dove in un pugno di anni tra i 16 e i 35 ci stanno troppe tragedie:

Michele a Udine qui

Fabio a Vasto qui

Un sedicenne a Lavagna qui

Una diciasettenne a Milano qui

Un ventiduenne a Rovigo qui.

Ci sono state molte analisi dure su queste fragilità che di fronte al fallimento, alla frustrazione, al dolore e al vuoto si abbandonano alla morte come soluzione.

Massimo Ammaniti sottolinea il ruolo dei genitori-amici incapaci di dare regole;

Marco Revelli si ferma  sul vuoto generato da un’assenza di una dimensione comunitaria di relazioni.

Daniele Novara si concentra sull’incapacità di gestire i conflitti e sull’utilizzo eccessivo dei videogiochi, tant’è che diventa più facile affrontare la morte piuttosto che la realtà.

Una generazione che mette insieme genitori e figli in un fallimento trasversale: non riuscire a vivere.

Ma non può risolversi con una gara a cercare colpevoli: sparando sulla croce rossa zeppa dei soliti noti –> genitori –> scuola –> governo. Manca solo la pioggia.

Io trovo che questa sia un’unica generazione. Un’unica grande generazione che attraversa i due millenni  dagli anni 60 del 900 ad oggi.

Un’unica  grande generazione di traditi.

Siamo stati traditi e continuiamo a tradirci con alcune menzogne epocali.

Non riusciamo a riconoscere che la linea di sviluppo a punti di PIL del cosiddetto mondo occidentale civilizzato non sia stata e non è la soluzione economica per garantire lavoro e benessere agli esseri umani. E quando (in pochi) lo riconosciamo non abbiamo alternative.

Non riusciamo a riconoscere che la frammentazione della comunità in tutti i suoi aspetti (organizzazioni, famiglie , territori) non trova risposta nella globalizzazione dei lifestyle e neanche nelle nostalgie revisioniste del passato.  E quando (in pochi) lo riconosciamo non abbiamo alternative da proporre che siano fonte di certezza.

Non riusciamo a riconoscere che la democrazia liberale non è il miglior strumento di governo e gestione della cosa pubblica comparsa sulla faccia della terra.  E quando (in pochi) lo riconosciamo non abbiamo alternative migliori.

Non riusciamo a riconoscere  che (nemmeno dopo due guerre mondiali) la guerra non ha mai generato pace e soluzione dei conflitti.   E quando (in pochi) lo riconosciamo non abbiamo alternative migliori.

Non riusciamo a riconoscere che le grandi religioni monoteiste non stanno liberando la spiritualità dell’uomo ma stanno imbrigliando Dio.   E quando (in pochi) lo riconosciamo non abbiamo alternative migliori che diventare eretici.

Fallire e Tradire.

Non cerchiamo colpevoli.

Siamo noi gli autori della nostra storia.

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