Il rock è morto e io non sto tanto bene, forse dio mi ha dato l’hip hop

No non è bello. Proprio no. Ma cosa ci devo fare, dopo anni di capelli lunghi, adolescenza a jeans e toppe con chiodo di annata recuperato la mia anima rock non ha più casa. Dove cazzo è finita la spinta sudata controcorrente e diseducata del rock? Che ne è della demolizione iconoclastica del potere e del controllo delle nuove generazioni?

Non lo so, ma in un mondo dove tutto è fiction e pulp senza aver bisogno di pulp fiction il rock è stato completamente assorbito e digerito come un boa che si ingolla uno gnu senza corna. L’immagine dissacrante, la parola fuori luogo, lo stile di vita anti quotidiano sono diventati un dominio pubblico di qualsiasi consumatore.

Tutte Reunion al soldo dell’unico delirio di grandezza rimasto del rock: cash a palate . Ma che ce ne facciamo di queste porno-nostalgie del passato talmente trash (ogni riferimento ai Guns’n’roses è puramente casuale) che mia nonna e la nonna di mia moglie che sgranano rosari combattendo le malattie del nuovo millennio sembrano delle valchirie a confronto?

No grazie, non ho bisogno di fottuti eroi, nessuno vi ha mai chiesto di diventare delle divinità , dei punti di riferimento, dei portavalori laccati di onestà e integrità .

Potete drogarvi e ammazzarvi di quello che volete, tanto lo facciamo tutti solo con meno soldi.

Niente è che dovreste essere artisti. Cioè respirare la stessa merdosa aria che tutti respirano e trasformarla in una bomba di energia che ci fa muovere il culo e sentirci meno soli la mattina alle 7:39 quando siamo in macchina o in treno.

Non è che dovete essere intellettuali, no per l’amore di dio no. Non sto mica chiedendo di diventare delle pie anime da ascoltare per sentirmi più intelligente della massa. Ogni riferimento a chi spupazza nomi come De André & co.è ovviamente casuale. Per l’amore di dio non stiamo parlando di questa masturbazione narcisistica.

Stiamo parlando di una cazzo di botta nello stomaco che possono sentire tutti quando la micro rabbia del sentirsi collegialmente falliti ti prende e ti apre quello spiraglio di sensibilità ultraterrena che ti fa dire: fanculo, non mi avrete mai, io sono ancora vivo!

E allora non odi nessuno è tutto sublimato, cazzo hai cantato e suonato una cosa che mi riguarda perché in fondo ti stai donando a me che ti ascolto senza chiedermi niente in cambio.

E invece ti trovi con del fighettismo che si lamenta con il proprio manager che non ha avuto il premio che Mtv gli aveva promesso o perché la radio e i media lo hanno bistrattato. Che fallimento.

Non è un caso che negli ultimi anni il mio istinto di sopravvivenza  mi stia facendo ascoltare hip hop.

Non me ne frega niente del moralismo “è di moda”

Quando il rock faceva volteggiare donne con le minigonne sopra teste impomatate di benestanti   Usa teenager chiaramente era una moda ma aveva un sacco di cose da dire con il suo semplice esistere.

Un sacco di cose da dire. Caro rock, cazzo inventati un contro cazzo modo di dire delle cose.

Le vogliamo sentire. Sentire dentro come una pietra che rotola, come qualcosa che fischia nel vento, come un tuono, un fottuto occhio della tigre che si impossessa di noi, una preghiera per Gina e Tommy per resistere al precariato, una pioggia di novembre che ti allaga, un conto alla rovescia per un salto nel futuro, una fottuta paura del buio dove il signore della sabbia viene sconfitto a colpi di head-banging senza doversi minimamente fregare di come oggi sei vestito e pettinato.

Mi dispiace caro rock, ma queste good vibrations io ormai le sento più nell’hip hop.

Ci si becca sull’autostrada verso l’inferno, qualcuno sicuramente ha ancora qualche fottuta idea per tornarci, lo so. Io intanto aspetto, vorrei ….ma non posto.

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Due Lauree, quasi 40 anni e…

In data 10 marzo 2016 ho conseguito la laurea magistrale in Psicologia a Torino. Un attracco dopo un viaggio di 5 anni.

in mezzo a questo viaggio mi sono sposato, io e Francesca abbiamo messo al mondo due bambini, ho mollato un contratto a tempo indeterminato ed avviato tre nuove attività da libero professionista.

in queste tre righe le dita mi si affaticano al solo battere i tasti, una compressione di emozioni e fatiche scarnificanti.

Voglio decomprimere questo nugolo di intersezioni  ricordandomi  che la storia di ognuno è fatta di persone e incontri e questo, per l’ennesima volta, è ciò che conta e fa la differenza.

Ci sono persone ovunque protagoniste, inconsapevoli portatrici di eventi drammaturgici. Nella calda e accogliente estate di Marsala del 2010 Amalia dopo averci fatto spiaggiare dal cous cous della madre spulciavi con noncuranza le informazioni per iscriverti a ingegneria, una tua possibile seconda laurea. Io ti guardo, guardo Francesca e capisco che è giunto il momento di chiudere una partita aperta molti anni prima: voglio iscrivermi a Psicologia.

La partita era cominciata in un’altra estate marina, il 1997, su una spiaggia adriatica del Lido di Cavallino. Io imberbe obiettore di coscienza nel delirio del mio periodo ideologicamente più intransigente e rivoluzionario dovevo fare i conti con la questione lavoro università, dopo aver spumeggiato in deliri di onnipotenza di salvazione della terra con il mio servizio civile e una vita presa a piene mani in ogni frammento.

A cosa mi iscrivo? Sì e con quali soldi, con quale lavoro mi potrò sostenere gli studi?

Avevo dentro questa forbice….Scienze dell’Educazione o Psicologia?

Enrico (in questo caso regista molto consapevole) mi semplifica in modo lapalissiano questa scelta: mi offre un lavoro da educatore al termine del mio servizio e io mi iscrivo a Scienze dell’Educazione, non fa una piega. Era quello che stavo facendo.

Già era quello che stavo anche “agendo”; ho imparato dopo anni di lavoro, di studi e terapia il significato di questo termine.

Perché da qualche parte quella scelta a “Y”, digitale, o “0” o “1”, tanto tipica della nostra cultura occidentale non mi aveva guardato nella mia integrità.

Non aveva guardato per esempio a quell’altro tratto di storia di me adolescente che mi facevo prestare i manuali di psicologia dalla mia ragazza Elsa che faceva lo psicopedagogico. Li divoravo perché nel frattempo avevo “smesso” di studiare ragioneria. No, no, non avevo mica abbandonato. In quarta superiore vivevo di rendita delle secchiate e fatiche degli anni precedenti, e mi trovavo a detestare ogni singola riga di ciò che fosse numero, soldo e contabile. Mi divorai “sogni,ricordi e riflessioni” di Jung.

Non ci capii una mazza, sia chiaro, ma il mio animo era sprofondato in un abisso senza tempo, intuivo che io ero da un’altra parte, molto lontana da lì.

Sono riemerso, ho lavorato, ho studiato sono andato avanti a testa bassa, senza fermarmi. Mai.

Di mare in mare bisognava però poi attraccare nella landa della Pianura Padana per proseguire questo viaggio e nell’autunno 2010 mi trovo a fare il test di ammissione a Psicologia a Pavia: 150 posti per 500 anime iscritte….mi sono trovato pertanto in biblioteca a studiare test di logica con i coetanei di mio nipote Alessandro (classe 1991). Già solo qui temevo che fossi fuori tempo e che avessi preso un grosso abbaglio.

Ma infilo un 76° posto (la mia classe 1976) e comincio a far visita a Pavia qualche volta al mese per capire dove sono finito e che diamine dovrò inventarmi per studiare, trovare libri appunti in mezzo al mio lavoro e ai preparativi del mio matrimonio.

Mi accorgo per la seconda volta di essere fuori posto perché i miei colleghi mi trattano come un vecchio, a cui si da del lei e del riserbo per buona educazione. Se provo a scambiare mail e cellulare passo per marpione…insomma stallo!

In questo vicolo cieco entra in gioco Fabiola che letteralmente mi soccorre e rompe l’incantesimo rivolgendomi la parola! Mi trasformo da Orco pederasta in compagno attempato di studi con il quale si può addirittura parlare e scherzare!

Fabiola mi sommerge di aiuti e informazioni che non avrei mai potuto recuperare in altro modo: siamo nel terzo millennio ma ancora l’Università non è una scuola per lavoratori. Che amara condizione: tutto il sistema da per scontato che tu non hai altro da fare che l’Università come studente. Per carità, anch’io ho sempre sognato di fare “solo” l’universitario per poter seguire le lezioni, i seminari, approfondire…vivere l’Università come un’esperienza culturale a tutto tondo. Ma è altrettanto chiaro che per poter fare questo ci vogliono soldi, e in Italia significa mamma e papà che sborsano. Per cui trovi poi docenti che ti trattano come bamboccione viziato a cui indispettiti chiedere fatiche inutili aliena da qualsiasi finalità didattica.

Quindi senza Fabiola Pavia mi sarebbe costata il doppio della fatica e del tempo.

Non finisce qui, perché in prossimità del terzo anno caro Federico ti inserisci tu, a solleticare il mio ego e la mia voglia di affrontare sfide: passare alla laurea magistrale sommando un certo numero di crediti senza laurearsi alla triennale, unico posto di Italia dove si fa è Torino.  Sappiamo già la risposta a questa sfida. Ci mettiamo in macchina e facciamo questo viaggio Sesto Calende-Torino per fare questo colloquio proforma ed iscriverci alla magistrale. Magistrale quel giorno c’è stato solo il nostro solito numero dove ci siamo inventati un’equipe fasulla per passare davanti a 60 candidati. Se l’Università non aiuta i lavoratori…eh…insomma! 😉

Poi tu Fede hai cambiato percorso, ma il colpo me lo hai fatto fare tu perché ora altrimenti avrei probabilmente una laurea triennale che sarebbe valsa come il 2 di picche come quando comanda cuori a briscola.

Torino bella, ma dista 150 km da casa, che nel frattempo è tornata ad essere Tradate, siamo sposati e c’è Diego, il nostro primogenito. Impensabile frequentare, l’Università non è un paese per genitori. L’empatia dei docenti che si attengono al regolamento in qualsiasi caso è un bell’esempio di legalità ma per l’ennesima volta o mamma e papà pagano o se sei papà tu le cose si complicano un po’.

Quindi vado 1 volta a lezione e tento il tutto per tutto: trovare il maggior numero di contatti possibili per avere info e materiali. Sì avete letto giusto: 1 volta.

In quella giornata l’empatia continua a regnare sovrana (ironicamente) anche se è leggermente meglio di Pavia, probabilmente comincia ad esserci qualcuno intorno a te che (udite udite) Lavora!!!!

Niente però, quando si tratta di scambiarsi numeri e mail si avverte sempre quel formale contegno (“ah sì certo rimaniamo in contatto”frasi che manco le ex hanno più il coraggio di dire) con cui viene scivolato via.

Ho perso le speranze e mi chiudo nell’aula più buia e penosa della mia carriera a seguire la lezione di un sociologo istrionico a un passo dalla pensione (parteciperò poi alla sua ultima sessione di esame) che alle 6:30 di sera non è proprio ascoltabile, perchè leggere in classe il proprio testo manoscritto è qualcosa che è dir poco narcisistico.

Le battute volano in fondo alla classe per poter resistere alla tirannia della didattica del libro Cuore e sono l’occasione per attaccare bottone con le compagne di sventura.

“Ciao mi chiamo Erica

“Di dove sei?”

“Venegono Inferiore”

Ho smesso di respirare. Dentro di me vedevo i 150 km zipparsi come in un film surreale, strade che si piegano come Inception e diventano 5km!

Il classico gol ai minuti di recupero. Senza questo gol anche qui non saprei cosa avrei fatto. Grazie a Erica Torino diventa un’esperienza possibile, talmente possibile che addirittura per un certo tempo tengo addirittura il passo di uno studente.

Ma nasce anche Marco, io praticamente faccio 3 lavori e arriva il  momento di confrontarsi con un altro mostro mitologico dell’Università italiana: il Tirocinio!

Ora, capiamoci bene, che gli studenti facciano esperienza sul campo ce n’è di bisogno Io sarei addirittura per rendere obbligatorio lavorare e studiare. Soprattutto a una magistrale. Ecco però lavorare. c’è di solito sempre la questione del soldo che ne dite?

Invece il tirocinio italiano è lavorare gratis per 25 ore a settimana per un anno, contenti?

Puoi farlo dove lavori? No, sia mai! Lo studente non sia mai un lavoratore!

Paga le tasse, fai belle esperienze ma poi se lavori non venirci a rompere.

Qui scende sul tavolo l’asso che cambia la partita. Io ho finito tutte le risorse e sto per mollare tutto, non ho scelte…

L’asso è Francesca (la tutor d’ora in poi per distinguerla dall’altra Francesca) che diventa la mia tutor di tirocinio e mi permette di salvare capre e cavoli. Una specie di intervento da supereroe. Incamero queste 1000 ore (che per reiterare il concetto italiano di Università nessuno si è mai sognato di controllare) e posso far partire la barca per l’ultima tratta: la tesi.

A questo punto facciamo il riepilogo, sono sposato, ho due figli, tre attività da libero professionista appena avviate e nemmeno vicine geograficamente tra loro. Come ciliegina sulla torta due di queste attività comportano la ristrutturazione di due spazi: uno da 60 m2 (terminato) e uno da 170 (modalità Duomo di Milano ON). Le energie più che scarse sembrano andare in segno negativo e collasso.

A questo punto l’ultimo personaggio compare per la sfida finale: la professoressa Tatiana. Chi è Tatiana? Diceva uno sketch da cabaret di qualche anno fa. Tatiana è in estrema sintesi l’unica professoressa disposta a prendermi in tesi prima del 2020.

Non è un’esagerazione, perché le altre porte che busso  hanno questo cartello scritto fuori. L’università non è per i lavoratori ma neanche per gli studenti se poi devi “pregare” per poter laurearti nei tempi che in teoria sono dovuti per legge.

Nel frattempo a Torino ha chiuso il mio indirizzo “Sviluppo ed Educazione”. Esattamente l’anno dopo che mi sono iscritto. Un segno.

Un segno che mi permette di farcela , un segno che rappresenta quanto poco conti e conti sempre di meno l’Educazione. Apre Criminologia, un boum di iscrizioni. D’altra parte questa è gente che può andare in Tv. Tv uguale Soldi. Educazione uguale….

Tatiana oltre ad essere l’unica professoressa di Psicologia a prendermi in tesi è anche un essere umano. Ascoltate bene, sì, ascolta la mia esigenza di padre e lavoratore e capisce che non ho nessuna pretesa accademica, quindi mi lascia libero di fare un lavoro solo “discreto” mettendoci il suo nome sulla mia tesi. Complimenti.

In un mondo di prime donne e vanagloriosi della firma incontro una donna, vera, punto.

Senza tutte queste persone non sarei arrivato qui.

La vita è storia di persone. Le persone sono la nostra storia. Amen

P.s. sì ebbene sì, ho parlato di “Gender” durante il discorso di presentazione alla commissione, ho potuto farlo!

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La Piazza fa male se non usi la Testa

Luca Iavarone ci regala questa perla al termine di questo week-end dove è andato in scena il famosissimo #family day. Al centro la discussione del DDL Cirinnà ma in realtaà al centro, quando si tratta di piazza finisce di tutto.

Io lo so, cari amici, molti di voi che hanno partecipato (o che avrebbero voluto partecipare) non sono le macchiette raffigurate da questo video.

Ma ci sono dei problemi comunque dei problemi.

Uno: alcuni dei contenuti malespressi (permettetemi il neologismo per essere elegante) da queste persone voi non li disconoscete, anzi li approvate.

In fondo anche voi cattolici di buon senso vi piegate al dubbio (qui dato invece come certezza fondamentale) che l’omosessualità sia qualcosa di strano, non magari una malattia, cioè insomma li rispettate, sono vostri amici (vorrei conoscere una persona che ritiene che aver un amico significhi avere una persona che lo considera un CASO UMANO!?!) ma non toccatemi i figli. Sì insomma alla fine vi incartate anche voi, che avreste tutti gli strumenti per prendere distanze da queste posizioni.

Due: appunto, prendere distanze. E qui entra in gioco la Coerenza.

Se la famiglia è una questione di AMORE, e il Family Day doveva ricordare la forma ” principe” dell’AMORE (si è arrivati addirittura che fosse una questione antropologica o costituzionale) spiegatemi che posto trovano nella famiglia dell’AMORE queste persone che vediamo nel video.

Va bene, volete ricordarmi che si sono pescati 6/7 individui su 2 milioni (perchè anche mentire? vabbè è una questione di piazza, ci penserà la Questura) da un servizio giornalistico di parte.

Il problema è rappresentato  dalle distanze, che nessuno domani prenderà, nè ai vertici nè tra la base.

Distanze che, permettetemi, si possono prendere anche in Piazza.

Un po’ di Piazza ne ho fatta. Le conosco le emozioni travolgenti di sentirsi “Un unico corpo” di appartenere ” a qualcosa di più grande”, sia la Storia o Qualcosa di altro.

E le diversità sono così tante che non puoi pensare che qualche imbecille vorrà rovinare i “bei ideali” che vai professando.

Era il 20 Luglio 2001, pomeriggio, Genova. La tragedia stava per accadere, a minuti. Noi eravamo in Piazza Manin con la Rete Lilliput. Arrivai quando la carica inutile e odiosa aveva già malmenato persone con magliette inneggianti alla non-violenza e alla solidarietà, rei soltanto di essere al G8.

Ad un tratto, come dal flashback di un incubo compaiono in fondo alla via i famigerati Black Block. Neri, come un gregge confuso (ma unito) si muovono con passo tranquillo verso la prossima destinazione, come lo spostamento di una scolaresca dalla scuola alla piscina.

Nelle persone la rabbia saliva, erano stati menati per quelli. Loro che erano lì per un mondo di pace avevano preso manganellate per queste figure nere paramilitari che si spostavano in blocco indisturbati.

Abbiamo cominciato a urlare loro di  andarsene, di vergognarsi ma , soprattutto , di fermarsi. Lo abbiamo urlato con tutta l’impotenza di chi in piedi con la propria maglietta bianca vede un plotone nero munito di caschi, spranghe, catene e manganelli sa che non potrà fare nulla.

Qualcuno però si scalda e comincia a insultarli ed ad avvicinarsi pericolosamente, mosso dalla rabbia, dal dolore.

E quel momento non me lo scorderò mai. Un istinto fondamentale. Mettere le distanze.

In pochi, ma sufficienti, abbiamo creato un cordone che separava noi da loro, evitando che si creasse altra violenza su violenza.

Abbiamo messo le distanze tra la violenza e la violenza. E’ una questione di coerenza.

Avete ancora una chance domani mattina.

Prendete le distanze.

 

 

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Hai scoperto solo ora di essere “Multipotenziale”?

Ho impiegato un po’ di tempo a decidere di scrivere dopo che ho visto questo video. La prima volta che l’ho visto non sono riuscito ad arrivare alla fine. Mi sono preservato. La seconda sono arrivato in fondo e ho pianto. Ora vi spiego perchè.

 

Emilie Wapnick ci racconta biograficamente la sua scoperta e nuova consapevolezza:

non avere un’unica vocazione (call) professionale, avere molti interessi distanti tra loro e…(questa è la scoperta) non sentirsi inadeguati, bensì scoprire di avere dei talenti (esageriamo…dei superpoteri !) precisi e molto validi per la propria realizzazione personale e successo professionale:

  • La capacità di sintesi di diverse idee
  • la velocità di apprendimento
  • adattabilità

La “doccia fredda” conseguente a questi brevi contenuti è stata impressionante. Mi sono interrogato come persona e come formatore.

Come persona ho ripensato a tutti quei bivi esistenziali dove ho cercato a tutti costi la “specializzazione”, per sentirmi al pari dei tempi che mi chiedevano sempre di essere aggiornato nel dettaglio di ciascuna mansione fossi in gradi di fare. E inevitabilmente alla fine di ogni percorso formativo o scelta di approfondimento professionale ti ritrovavi semplicemente … deluso. Deluso e sempre lì, lì nel mezzo (Cit. Ligabue perdonatemi!) , mai come si dovrebbe essere: estremamente competente in un settore. E rivedi tutti gli sguardi sconcertati dei tuoi colleghi quando alle équipe citavi nozioni o riferimenti di altri campi scientifici, di passioni tue che ti permettevano di trovare collegamenti con altri ambiti di sapere ed arrangiarsi un po’ in tutto. Ovviamente queste abilità non sono state mai retribuite come “lavoro specializzato”.

Come formatore mi interrogo sulla responsabilità in termini di orientamento che posso offrire a preadolescenti e genitori.  Sono sempre stato allergico al momento tragico della terza media dove assisti impotente a questa ricerca manichea della strada maestra che garantisca successo e soddisfazione a dei poveri ragazzini che ancora non hanno minimamente idea di cosa possa rappresentare una vita professionale. Ho sempre cercato di far intravvedere l’elasticità e la fluidità dell’esistenza, di come le traiettorie possano cambiare con velocità e inaspettatamente. Insomma, cercate di non angosciarvi e di non angosciare i vostri figli.

Ora ancora di più mi troverò a valutare con estrema serenità una scelta che non vincolerà l’eterna esistenza di questi ragazzi e a concentrarmi ed ad aiutare a focalizzarsi sempre di più sugli  INTERESSI, su ciò che APPASSIONA.

In questa mutazione antropologica cerco sempre di trovare gli aspetti interessanti e preziosi piuttosto che lamentarmi di vestige del passato, tra l’altro tutte da dimostrare  (” I ragazzi di oggi non hanno interessi, non sanno concentrarsi, non hanno spirito critico, sono sempre sul cellulare, non sono responsabili…), e questo aspetto della multipotenzialità mi aiuta sempre di più a scoprire come questo possa rivoluzionare un concetto importante come quello della vocazione unica.

Non perché non sia possibile un’esistenza mono-professionale, ma perché la vita può offrire molte più possibilità da scoprire con le quali arricchirsi, può evitare di condannare a priori le persone che nel percorso formativo non trovano risposte alle proprie competenze e capacità. C’è molto di più là fuori…avventuriamoci, adattiamoci, abbiamo solo da guadagnare ed ‘è anche l’unico modo in cui gli esseri viventi sopravvivono.

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Sono razzista ma il razzismo non è la soluzione

guardare avantiMi unisco agli amici e colleghi che in questi giorni cercano di porre un argine al dilagare leggero , diffuso e inquietante  di un fenomeno: essere razzisti non è più un taboo è un diritto.

C’è una pericolosità talmente immane nel rincorrersi di analisi e frettolosi giudizi categorici che individuano nelle persone straniere CAUSE di ogni sorta di mali che è impossibile rimanere in silenzio.

Lo faccio con un paradosso.

Anch’io sono razzista. 

Perchè in realtà tutti siamo razzisti.

Anche quelli che vanno a tutte le manifestazioni contro la Lega, anche quelli che lavorano per aiutare gli immigrati…lo siamo tutti.

Ma ovviamente mi permetto di parlare solo di me.

Anch’io sono razzista perché faccio fatica a rapportarmi con chi è diverso da me.

Io sono abituato a trovarmi il lavoro da solo, se vedo qualcuno che non fa così mi da fastidio.

Io sono abituato a  non buttare neanche una carta per terra, se vedo un angolo della mia città pieno di spazzatura mi arrabbio.

Io sono abituato a usare come spezie l’origano e il basilico, molto di meno il curry e il cumino, quando incontro qualcuno che lo usa tutti i giorni mi da fastidio perché sento puzza.

Io non arrivo neanche a 1000€ al mese, per cui quando qualcuno mi chiede soldi per strada mi da fastidio, è più forte di me.

Io da anni credo e cerco di praticare l’equanimità uomo-donna, tanto che quando qualcuno fa una battuta sessista o tratta male una donna ci sto male.

Sì, perché parte tutto da qui, da quei fastidi quotidiani ai quali è difficile trovare una risposta.

Ma la risposta non è il Razzismo.

La risposta è non indicare come responsabile dei nostri guai una categoria di persone diverse da noi.

Mai;

questa è la genesi del razzismo, e giorno dopo giorno quel “fastidio” si tramuta in “odio”.

A questo dobbiamo porre un limite TUTTI; la Storia ci insegna che i regimi razzisti erano pieni di persone per bene che NON hanno saputo vedere COSA stavano costruendo:

comunità che legittimavano l’odio verso i diversi come soluzione alle proprie angosce e ai propri problemi.

Se siete arrivati sin qui abbiate pazienza un attimo ancora che vi devo raccontare delle cose:

Riguardo al lavoro le persone che non si danno da fare per trovarlo e che mi danno più fastidio sono i politici.

Riguardo alla spazzatura in città non posso proprio sopportare il mio vicino (lombardo da almeno 4 generazioni)  che per non fare la differenziata la butta nel cestino stracolmo facendolo esplodere.

Riguardo a chi mi chiede soldi proprio non posso vedere quelli del Lautari  (http://www.wilditaly.net/la-metti-una-firma-contro-la-droga-il-caso-della-cooperativa-lautari-19810/).

Riguardo alle discriminazioni sessuali chi mi da più fastidio è mio padre (Lombardo da almeno 5 generazioni a nostra conoscenza) che tratta male mia madre da quando ne ho memoria.

Come vedete anche io ho le mie difficoltà a relazionarmi con chi è diverso da me.

 

 

 

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